Cure di Kiyoshi Kurosawa – Una spirale discendente nel marcio della società giapponese

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Da tempo immemore, l’uomo cerca di fornire una spiegazione razionale ai fenomeni che lo circondano, specialmente se questi stimolano in maniera profonda la sua psiche. Oggi la maggior parte degli avvenimenti più controversi può essere decifrata grazie al metodo scientifico, principio che – in ambito italiano – vede il CICAP come uno dei suoi maggiori esponenti. Un tempo, invece, si parlava più frequentemente di magia, maledizioni, stregonerie o pratiche spiritiche affini. Alcune di queste credenze si sono radicate nelle tradizioni popolari e vengono considerate reali e attendibili da molti.

Si può dire, in altre parole, che l’avvento della scienza non ha eliminato completamente la fascinazione per ciò che apparentemente non è spiegabile con gli strumenti della ragione. Quindi, in determinate circostanze sociali e in periodi storici favorevoli, gruppi di individui si ritrovano ancora una volta in una posizione del tutto indifesa di fronte a certi eventi misteriosi o paranormali. Ed è proprio in queste situazioni che le persone più fragili, suggestionate da false promesse, vengono catturate al pericoloso e infido amo di sedicenti guru o santoni.

Questa è la base teorica che voglio offrire in questo articolo di approfondimento per sviscerare, dal punto di vista storico e sociale, un grande capolavoro del cinema giapponese, nonché precursore del genere J-Horror: Cure di Kiyoshi Kurosawa. Uscito nelle sale nipponiche nel 1997, un anno prima del celeberrimo The Ring di Hideo Nakata, arriva per la prima volta in Italia oggi, con quasi trent’anni di ritardo. Per questo prezioso regalo dobbiamo ringraziare la Double Line, casa di distribuzione che ha già dato ottima prova di sé, portando da noi film interessantissimi come Il terzo omicidio di Hirokazu Kore’eda e Inu-Oh di Masaaki Yuasa. In una primavera ricca di uscite cinematografiche, andiamo quindi a rispolverare questo gioiello che vale a Kurosawa il soprannome di “padrino del J-Horror” (dove “horror”, come vedremo, ha un’accezione ben più ampia del semplice prodotto costruito in nome dello spavento facile).

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Tokyo, 1997. La metropoli è scossa da una serie di efferati omicidi le cui vittime riportano profonde ferite a forma di “X” all’altezza del collo. I delitti vengono compiuti da persone normali che non riescono a dare una spiegazione al loro crimine. Sul caso indaga Takabe (uno splendido Kōji Yakusho), un detective integerrimo ma tormentato dalla schizofrenia di cui soffre la moglie. Con l’aiuto dello psichiatra Sakuma (Tsuyoshi Ujiki), l’investigatore riesce a risalire a un giovane di nome Mamiya (Masato Hagiwara) – apparentemente senza memoria – che da qualche tempo si aggira nella capitale. Takabe sospetta che sia stato proprio lui a muovere la mano degli assassini, ma in che modo? Forse ricorrendo a oscuri poteri ipnotici? Qual è il senso di tutto ciò?

Il 1997 non è un anno casuale né per l’ambientazione della pellicola né per la sua uscita nelle sale. Ripassiamo un po’ di storia: le speranze più utopiche del popolo giapponese, che si stava faticosamente rimettendo in piedi dopo la catastrofe che fu la Seconda guerra mondiale, erano racchiuse in una visione di un futuro scevro di violenze e anzi ricco di progresso in tutti i campi, soprattutto quello scientifico. Effettivamente – sulla carta – il Giappone vive la sua maggiore e costante crescita economica dal 1955 al 1991 circa, un periodo denominato per l’appunto “miracolo economico”.

Ai fini di questa analisi, tuttavia, ciò che ci interessa mettere a fuoco di quel quarantennio è il contesto sociale tutt’altro che roseo. Molte persone erano confuse, disorientate dai rapidissimi cambiamenti della società che le circondava: l’individualismo si spargeva a macchia d’olio, la competizione di stampo capitalista andava di pari passo. Il risultato di questo mix alienante è la nascita di una generazione insoddisfatta da questo stile di vita orientato verso il profitto ininterrotto, a discapito della propria soggettività e degli interessi del singolo individuo. Condizione aggravatasi proprio nel 1991, dopo lo scoppio della bolla speculativa che aveva contribuito in parte allo sviluppo finanziario. Un arresto che diede avvio a un lungo periodo di recessione e stagnazione, ricordato come “il decennio perduto”.

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Sakuma (a sinistra) e Takabe.

È in questo status quo bollente che spuntano fuori come funghi i profeti di turno, pronti a sfruttare le insicurezze e a riempire i vuoti – parola cardine anche nel film di Kurosawa – per raggiungere i propri scopi. I guru offrivano un rinnovato senso di appartenenza – ciò che la società non poteva più garantire – a gruppi ristretti di persone che condividevano le stesse idee e gli stessi valori etici e morali. Lo smarrimento generale, unito alla grande libertà di culto permessa dal Giappone, genera un gran numero di nuovi movimenti religiosi o parareligiosi; alcuni di questi, col tempo, si sono estremizzati fino a diventare temibilissime sette. Ricordiamo infatti la Aum Shinrikyō che, nel 1995, terrorizzò Tokyo con un attacco terroristico ormai marchiato a fuoco nella storia del paese. Un gesto indelebile e di rara efferatezza che lo scrittore Haruki Murakami ha ricostruito nel dettagliatissimo saggio Underground, uscito quasi in concomitanza con Cure.

Ritengo lecito credere che l’ascesa della terrificante Aum Shinrikyō e del suo leader Shōkō Asahara sia stata di forte ispirazione per Kurosawa nella costruzione del sottotesto del film, le cui parole chiave sono, ripetiamolo, vuoto e disorientamento. L’influenza di Asahara ebbe un forte impatto soprattutto sulle generazioni più giovani, ben inserite nella macina utilitaristica del capitalismo e alle prese con forti crisi esistenziali. Badate bene: non si sta parlando di gente sprovveduta o senza un’educazione, bensì di studenti universitari o figli di ricche famiglie, stufi di seguire percorsi di vita inconcludenti o già tracciati dai genitori (chi produsse il gas nervino Sarin utilizzato nell’attentato già citato, per esempio, era un ragazzo di nome Seiichi Endo, laureato in medicina veterinaria e ingegneria genetica). Con ogni probabilità, gli adepti pensavano di aver trovato in Aum una purezza di valori sconosciuti al resto della società.

Non è un caso dunque che Kiyoshi Kurosawa abbia voluto scrivere una sceneggiatura in cui tutti gli assassini arrestati dalla polizia sono cittadini comuni o insospettabili, incapaci di dare una spiegazione logica alle loro azioni. Durante le indagini, da uno dei dialoghi chiave tra Takabe e lo psichiatra Sakuma veniamo a sapere che l’ipnosi non è in grado di alterare i princìpi morali di una persona: chi sa che l’omicidio è sbagliato non ucciderà mai. Ci si chiede, allora, come siano riusciti a macchiarsi di un tale crimine delle persone del genere. La risposta che io mi sono dato e che presento a voi lettori è da ricercare proprio nella generazione nipponica repressa e desensibilizzata, germogliata dopo il boom economico.

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Ciò che colpisce immediatamente di Cure è la perfetta sintonia tra regia, montaggio e scenografie. La prima gioca con pulitissimi piani sequenza di lunghezza variabile che mettono alla prova l’orientamento dello spettatore negli spazi (quasi sempre silenziosi, asettici e lynchiani); il secondo sfrutta ellissi e azioni o scene ripetute per donare alle vicende una circolarità snervante tra non detto, tensione e ossessione, mentre i luoghi di Tokyo – ora pieni di luce, ora bui – restituiscono la dualità insita in ogni personaggio della storia e, di riflesso, nella società giapponese.

Il pubblico perde la bussola o, come scrive Giacomo Calorio in Mondi che cadono: “La minaccia segue spesso percorsi imperscrutabili, e sovente non è neppure definibile come tale: semplicemente avviene, come una calamità, senza preavviso né logica […] A caratterizzare gli horror di Kurosawa è la paura dell’ignoto […] dell’inevitabile, dell’assurdo, dell’inspiegabile“.

Nella lunga ricerca di un senso o di un movente comprensibile da attribuire al catastrofico attentato alla metropolitana di Tokyo nel 1995 – proprio come fa Takabe nella sua indagine cinematografica – Murakami stesso prende di mira questa “paura di ciò che non si conosce” promossa dai mass-media giapponesi che condannava gli aggressori “malsani” e compativa le vittime “sane”. Una corrente di pensiero troppo rigida e destinata, secondo l’autore, a liquidare tutta la questione come “un crimine estremo e senza senso, compiuto da una banda di delinquenti“, senza offrire l’opportunità al popolo di metabolizzare l’accaduto in maniera critica e trarne così insegnamento.

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Mamiya, interpretato da un glaciale Masato Hagiwara.

All’atteggiamento generale che relegava il culto Aum a una dimensione estranea da additare come il “male”, Haruki Murakami contrappone un nuovo spunto di interpretazione basato sulla concezione che il “fenomeno Aum” sia qualcosa di interno, incluso nel sistema di cui ogni persona fa parte; una sorta di “immagine distorta” o “proiezione negativa” della società stessa. Il perturbante nel cinema di Kurosawa ha lo stesso obiettivo: portare a galla le paure che si celano nelle pieghe della collettività e nelle menti degli uomini, orrori che la macchina da presa trasforma in immagini verosimili e, ahinoi, non troppo distanti dalla realtà.

Ecco dunque che, con una freddezza allucinante, viene mostrato come tutti possono uccidere poiché tormentati dalla perdita della propria identità, causata a sua volta dallo status quo capitalista. In altri termini, i personaggi di Cure sono incastrati in ruoli che non lasciano emergere le vere personalità individuali, buone o cattive che siano. Una debolezza che Mamiya – un brillante ma apatico studente universitario di psicologia – sembrerebbe sfruttare a suo vantaggio, tanto da venir bollato da Sakuma come “l’ultimo sacerdote di una setta oscura“. Sarà vero? E soprattutto, ai fini del discorso fatto finora, è un caso che il ragazzo possa vantare un’invidiabile carriera accademica?

La giustificazione dell’omicidio era una pratica comune anche all’interno dell’Aum Shinrikyō per inculcare nei fedeli “il vero significato della purezza“. Asahara, distorcendo e interpretando liberamente dei precetti induisti e del buddismo esoterico tibetano, applicava a modo suo la tecnica del “Phowa” (“ポア” in giapponese se volete fare qualche ricerca). Una specie di ultimatum per purificare l’anima di una persona “corrotta oltre il punto di non ritorno” e liberarla dal suo “guscio fisico“.

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A questo punto vi sarà chiaro che per quanto i membri di Aum e – cinematograficamente parlando – i carnefici in Cure possano aver subito il lavaggio del cervello, questi non possono essere ritenuti del tutto innocenti o passivi. Nel breve epilogo che chiude Underground, anche Murakami insiste su questo punto, soffermandosi su questioni profonde e mirate a rispondere a un’angosciosa domanda, ovvero “dove stiamo andando noi giapponesi?“. Uno spostamento di focus sulla psiche del mondo nipponico, affine alla filmografia di Kiyoshi Kurosawa (di cui consiglio caldamente Pulse del 2001).

Lo scrittore, come il detective Ken’ichi Takabe, non si limita a prendere atto di quanto accaduto, ma ne cerca il motivo scatenante, la miccia. Il fenomeno del culto Aum Shinrikyō era stato erroneamente accantonato dalla società come un qualcosa di estraneo, quando l’origine di tutto era la società stessa, la quale – come abbiamo sottolineato precedentemente – si era sempre dimostrata pronta a soffocare ogni aspirazione dell’individuo all’autonomia. È proprio nell’estrema opposizione a questo status quo che il culto Aum trovava la sua forza. La setta è stata in grado di offrire una storiella abbastanza affascinante, condita con promesse allettanti: la libertà dalla schiavitù del materialismo e l’autodeterminazione. Premi ottenibili in cambio della sottomissione del proprio Io al leader Asahara.

In conclusione, gli interrogativi più grandi che Cure rivolge allo spettatore sono gli stessi che Murakami pone alla sua comunità dopo l’attentato di Tokyo: “avete forse affidato parte della vostra personalità a qualche ordine o sistema? Il Paese è in grado di offrire una narrazione più convincente di quella raccontata da un qualsiasi santone?”. Se davvero la mente dietro una serie di violenti omicidi è un innocuo studente universitario come Mamiya, dove abbiamo sbagliato come collettività? Siamo preda dell’utilitarismo e dipendenti dal lavoro, abbiamo perso di vista l’importanza di valori quali il rispetto reciproco e l’affetto per sé stessi e per gli altri, ecco i nostri errori. Il colpevole è veramente un ragazzo qualunque o siamo noi che, dilaniati dalla confusione, siamo persino disposti a uccidere per trovare una cura al male di vivere causato dalla crisi storica e sociale che stiamo attraversando?

Un ringraziamento speciale a Double Line e Lo Scrittoio

Nefasto Articoli
Videogiocatore incallito, cinefilo dalla nascita, attore di teatro e batterista da diversi anni. Adoro approfondire qualsiasi cosa abbia a che fare con l'arte e l'audiovisivo: è difficile fermarmi quando inizio a scrivere o a parlare focosamente di ciò che amo.

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